Alabastro: l'artigianato tipico di Volterra TuscanyPeople – TuscanyPeople

Guida completa all’alabastro di Volterra, tipico artigianato toscano
Di cosa parliamo in questo articolo:
Volterra è sinonimo di civiltà etrusca ma anche di alabastro, dato che ne è il tradizionale ed esclusivo centro di manifattura italiano. L’alabastro, sensibile e fragile, ha bisogno soprattutto della mano dell’uomo per prendere vita. Nei laboratori, resi bianchi dalla sottile e innocua polvere d’alabastro, ogni giorno si creano forme che si situano tra artigianato e arte, oggetti affascinanti e irriproducibili, dal sapore di magia.
La magia sta nella continua e imprevedibile mutevolezza del materiale, nella sua apparenza di vetro, di pietra, di sale, di gioiello. E più ancora, nella sua capacità di nascere, crescere e invecchiare nel tempo come una cosa viva. Le trasparenze fredde dello Scaglione o la luminosità dorata dell’Agata si rivestono negli anni di una densità più calda e corposa, concentrata nelle pieghe del materiale.
L’origine del termine è dibattuta: nella lingua greca, come in quella latina, alabastro è sinonimo di vaso. Rimane quindi da stabilire se sia il materiale ad aver donato la denominazione all’oggetto o viceversa.
La provenienza del nome è certamente egizia: pare, infatti, che vi esistesse una città chiamata Alàbastron, celebre per la fabbricazione di vasetti e anfore destinate a conservare i profumi. Se questo è certo, non è dunque da escludere che il nome della città abbia originato la denominazione del recipiente e del materiale.
Il periodo etrusco
Dobbiamo agli Etruschi insediati a Volterra la scoperta dell’alabastro di cui era ricco il territorio. Già alla fine dell‘ VIII sec. a.C. gli Etruschi erano venuti in contatto con questa pietra; è però soltanto con il III a.C., e forse per merito di artigiani provenienti dalla Grecia, che il materiale venne utilizzato per la realizzazione di monumenti funerari. L’alabastro rappresentò, dunque, per gli Etruschi, la pietra dei morti.
In special modo le urne venivano prodotte in botteghe artigiane non dissimili da quelle tuttora esistenti a Volterra dove opera un maestro coadiuvato da collaboratori. Nel periodo della massima produzione di urne (II secolo a.C.) non dovevano coesistere più di tre botteghe che nell’arco di un anno producevano 5/6 urne ciascuna.
Declino e rinascita dell’alabastro: dal Medioevo al Cinquecento
Nel Medioevo l’uso dell’alabastro cessò quasi completamente. Il suo rinascimento avvenne nella seconda metà del Cinquecento, quando alcuni artisti volterrani lo utilizzarono per realizzare manufatti d’arte sacra: tabernacoli, cibori, acquasantiere, candelabri, colonne, che furono commissionate per diverse chiese della città.
Il primo scultore che avrebbe lavorato l’alabastro sarebbe Bartolomeo Rossetti, il quale nel 1549 fece una coppia di candelabri d’alabastro che furono donati da un volterrano a una chiesa di Firenze. La famiglia Rossetti ben presto si specializzò nella lavorazione dell’alabastro, tanto che si deve probabilmente a questa stirpe di artigiani l’introduzione della tornitura nel processo di lavorazione.
Al 1574 risale invece il più imponente e celebre monumento: il ciborio della chiesa di S. Andrea, ora presso il Museo d’Arte Sacra di Volterra.
Nel corso degli anni gli oggetti in alabastro prodotti dagli artisti volterrani vennero apprezzati anche al di fuori della città, tanto che giunsero commissioni di lavori da tutta la Toscana e anche dall’estero. Così prese vita un commercio di opere artistiche di cui ancora non conosciamo appieno la portata.
Mentre nel Seicento la produzione era caratterizzata soprattutto da opere di arte sacra, nella seconda metà del Settecento un prodotto particolarmente apprezzato furono le scatole da tabacco in alabastro. Ma il maggior reddito, allora, proveniva dalla realizzazione delle cosiddette anime, ossia grani di alabastro che venivano spediti a ditte romane specializzate nel rivestirle in modo da realizzare false perle le quali venivano poi usate come grani di rosario o perline per vestiti e decorazioni.
Nell’Ottocento si assisté a un aumento delle botteghe volterrane. In special modo dal 1850 al 1870 il commercio fu estremamente fiorente. Le tendenze artistiche dell’epoca esigevano decorazioni in stile neoclassico. Molto elevato fu il numero delle riproduzioni di oggetti antichi, secondo la linea già adottata dalla Fabbrica Inghirami. Un altro influsso importante derivò dall’introduzione di elementi decorativi orientali che, abbinati al gusto neoclassico, formarono un nuovo stile eclettico.
Le prime esposizioni internazionali dettero ancora più impulso all’alabastro volterrano, che culminò nella commessa alla ditta Tangassi da parte dell’imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo: la nuova residenza imperiale doveva infatti essere arredata con oggetti d’alabastro.
Nei primi anni del secolo gli artigiani tornarono a essere presenti alle principali esposizioni internazionali. Nel 1906 venne organizzata a Volterra la prima “Mostra industriale degli Alabastri”, dove le fabbriche presentarono i migliori oggetti presenti nel loro catalogo, pur se la mentalità degli operatori tendeva però a non favorire un’industrializzazione del settore.
Fu però solo nel 1933 che la nomina di Umberto Borgna a direttore tecnico artistico della Cooperativa Artieri Alabastro, cambiò la produzione. Borgna, che può essere definito il primo designer di alabastro, fu prolifico disegnatore, innovatore del linguaggio dell’alabastro, organizzatore di mostre e pubblicista.
Dopo la guerra, per decenni la produzione alabastrina conobbe un impulso straordinario legato alla realizzazione di oggetti seriali, contrapponendo l’artigianato alla lavorazione industriale. Nel 1974 nacque il Consorzio Produttori dell’Alabastro che, fra l’altro, ha tuttora lo scopo di promuovere lo studio e la ricerca di nuovi modelli. Mentre a partire dai primi anni Ottanta, contemporaneamente alla nascita del “Progetto alabastro”,  si crea un marchio di garanzia.
Con gli anni si sono cimentati nello studio di nuove collezioni designer di chiara fama come Ugo La Pietra, Carla Venosta, Elio di Franco, Prospero Rasulo, ispirati dalle caratteristiche peculiari della pietra volterrana.
Cos’è esattamente l’alabastro? Composizione e tipologie
L’alabastro di Volterra, riconosciuto come il più pregiato d’Europa, è un solfato di calcio bi-idrato. La formazione dei depositi di gesso di cui sono composti i blocchi di alabastro presenti nel territorio volterrano in cave a cielo aperto (come quelle di Castellina) o in gallerie – sotto forma di blocchi compatti o di forma ovoidale di varie dimensioni – risale a un periodo compreso tra i 26 e i 7 milioni di anni fa.
Ogni cava origina una tipologia di alabastro diversa per aspetto e consistenza in base alla composizione chimica del terreno. Di conseguenza, le varietà meno ricche di inclusioni risultano bianche e trasparenti, mentre le inclusioni di argilla e ossidi metallici producono alabastri tendenzialmente grigi con venature. Al contrario, le colorazioni ambra, giallo e rossastro sono dovute ad ossidi e idrossidi metallici, il ferro in primis.
L’alabastro rappresenta un minerale molto duttile che si lavora più facilmente del marmo. Ancora oggi si usano gli stessi strumenti e le stesse tecniche del passato per ottenere manufatti pregiatissimi.
L’alabastro si ricava da blocchi o “arnioni” di forma ovoidale (conosciuti anche col nome di ovuli), di peso e volumi diversi, che si trovano a profondità variabili, da 2 fino a 300 metri. A seconda delle differenti composizioni chimiche del terreno, gli ovuli presentano aspetto e colorazione assai diversi in base al materiale di riferimento. Altri elementi che differenziano i blocchi sono la maggiore o minore trasparenza, oltre alla distribuzione e alla tonalità delle venature. Sia nelle cave a cielo aperto che in quelle sotterranee l’estrazione dei blocchi avviene sempre manualmente.
Tornitura: si inizia con la segatura del blocco e, dopo aver riportato sul pezzo la sagoma dell’oggetto desiderato, si prosegue con la sbozzatura. Il pezzo viene infine incollato al tornio per essere svuotato e sagomato.
Squadratura: qui si valuta la quantità di pietra a disposizione e s’individua il taglio adeguato per evitare spreco di materiale nella realizzazione dell’opera.
Scultura: per oggetti che riproducono modelli già esistenti, le misure sul blocco si definiscono col pantografo; si passa poi alla sbozzatura vera e propria e si conclude con la finitura. Se invece l’opera è originale, il lavoro è simile però non si usa il pantografo.
Ornatura: l’artigiano ornatista lavora sul pezzo semilavorato che gli ha fornito in precedenza il tornitore, eseguendo i vari trafori, gli intagli e le decorazioni.
Lucidatura: questa operazione è fondamentale per conferire all’oggetto finito la trasparenza e la bellezza tipiche dell’alabastro. In passato, operazione manuale lunga e delicata, oggi è frutto del lavoro di appositi macchinari.
L’alabastro è una pietra gessosa dalle colorazioni cangianti a seconda del suo grado di purezza. La sua luminosità ed eleganza ne hanno determinato il successo nei secoli.
Esistono cave di questo materiale anche in Spagna, Brasile e Romania, ma quello di Volterra rimane universalmente il più pregiato. Dallo Scaglione al Cinerino, le varietà di alabastro si differenziano per colore e grado di trasparenza, ma rimangono immutate la facilità di lavorazione e la sua bellezza senza tempo.
Della bottega artigiana tradizionale volterrana oggi non rimangono che pochi esempi, ma di alto livello qualitativo. Eppure l’artigianato dell’alabastro dei nostri giorni è ancora una realtà culturale e produttiva importantissima per Volterra.
Dall’inizio degli anni ‘80, negli addetti ai lavori si è fatta strada la consapevolezza che l’alabastro di Volterra e i suoi prodotti unici al mondo dovevano essere difesi e valorizzati, e questo ha dato vita a un progetto per la realizzazione di un Ecomuseo dell’Alabastro che finalmente può raccogliere e custodire l’intero patrimonio di storia, cultura, e tradizioni.
All’interno della medievale Torre Minucci, adiacente alla Pinacoteca Comunale, il percorso del museo descrive la storia della lavorazione dell’alabastro dagli Etruschi fino ai nostri giorni attraverso un originale viaggio tra gli aspetti tecnici e materiali (il reperimento della pietra e le tecniche di lavorazione), i caratteri stilistici (le forme decorative e i modelli di riferimento), i risvolti economici e sociali (il mercato dell’alabastro e la sua diffusione, la vita dell’alabastraio e l’attività di bottega). Qualcosa che vale davvero la pena sperimentare.
Bene, cari amici e care amiche di TP, questo nostro excursus sull’alabastro volterrano è giunto al termine, e proprio adesso inizia il dibattito con voi: diteci tutto quello che pensate dell’alabastro, la pietra magica di Volterra. Scriveteci qui sotto, su Facebook, su Instagram, ora la palla passa a voi.
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