Cara politica, basta balle sulla scuola. Consigli non richiesti al prossimo governo – Il Foglio

Foto LaPresse
L’istituto delle anime alla deriva

Finalmente in classe e senza mascherine. Dopo due anni di Dad, complici le elezioni, i partiti fanno proposte, ma c’è troppa demagogia. Studenti dimenticati e prof. che si devono ritrovare. Il vero “ius” dell'educazione? È smetterla con le parole al vento 
Chiamatelo Saleem, come un figlio della mezzanotte, oppure chiamatelo Michele, come un ragazzo giunto da lontano per essere italiano, per diventare italiano. A buon diritto. Chiamatelo come volete, ma durante lo scorso anno scolastico, all’istituto tecnico statale a ordinamento speciale (Itsos) della città di B. nel governatorato di L., popolosa landa nel Paese delle Anime Morte Scolastiche (o se preferite, l’acronimo da usare è: Italia) è arrivato un ragazzo dallo Sri Lanka, di anni 16.
 
 Con la burocrazia dell’ottimismo – o il cinismo della didattica, che sono la stessa cosa – è stato inserito, si era già ad aprile, in una seconda classe della sezione a indirizzo tecnico. Niente italiano, pochissima conoscenza dell’inglese. Singalese e tamil non sono idiomi diffusissimi nelle scuole del governatorato di L., né tra gli insegnanti e nemmeno tra i tanti studenti d’origine straniera. Non fa nulla: il piano dell’ottimismo burocratico prevede che due ore di potenziamento per la lingua italiana alla settimana possano bastare. Una giovane insegnante capace e volenterosa (infatti la vorrebbero assumere in tutte le scuole in cui è stata supplente, ma non si può: la burocrazia ministeriale non fa sconti a nessuno, e lei è arrivata da poco nel girone dantesco dei precari) racconta: se ne stava lì, tutta la mattina, 25 ore alla settimana al banco, incapace di capire e farsi capire. Abbandonato a sé stesso da un’istituzione non in grado di prenderlo in carico, nonostante le affermazioni di principio. A giugno è stato bocciato. Con la brillante idea di reinserirlo l’anno dopo in una nuova seconda. Come se il problema fosse la seconda. Quest’estate si è iscritto a un corso per imparare l’italiano, spese a carico della famiglia.
La scorsa legislatura si è chiusa in modo rocambolesco incespicando tra le varie cose anche sulla richiesta – più retorica che altro, per come è stata portata avanti – di introdurre lo ius scholae, il principio per cui i giovani immigrati e i figli di immigrati nati in Italia possono ottenere la cittadinanza dopo aver frequentato il ciclo dell’obbligo o un intero ciclo scolastico. Ottima idea. Lo scorso lunedì le scuole sono ricominciate in presenza e senza mascherine, e questa è una buona notizia. Ma in questa ripartenza di settembre 2022, a una settimana dalle elezioni politiche, per le scuole c’è un’altra inusuale novità, o forse si tratta di un fastidio in più: insegnanti, studenti e famiglie quest’anno sono entrati nella sfera d’interesse dalla politica, di solito distratta circa quel che avviene tra i banchi. Inseguiti dai partiti che forse per la prima volta, in una campagna elettorale, hanno deciso di mettere il sistema nazionale dell’istruzione al centro dei loro programmi. O quantomeno delle loro promesse.
Tra i tanti proclami, a proposito dell’importante ruolo della scuola per edificare la società del futuro, spicca la parola magica inclusione, o integrazione (“accoglienza e inclusione” erano al centro anche della cerimonia in una scuola di Grugliasco cui ieri ha partecipato il presidente Mattarella). Insomma l’insieme di princìpi e buone pratiche didattico-socio-pedagogiche tese a conseguire un inserimento e apprendimento ottimale anche per i molti studenti e studentesse di origini straniere, che spesso hanno difficoltà non soltanto culturali ed economiche (fattori non di rado causa di abbandono) ma anche linguistiche. La storia di Saleem, o Michele che lo si voglia chiamare, non è infrequente nella Scuola delle Anime Morte ma fortunatamente non è nemmeno l’unico esito possibile (l’istituto Curie di Grugliasco è un ottimo esempio). Però è paradigmatica: lo ius scholae e l’inclusione non sono automatismi, vanno costruiti nel tempo, con impegno, metodo, risorse e anche dedizione – il lavoro degli insegnanti richiede una dose supplementare di dedizione, che supera persino i parametri economici – e di sano realismo. Il passaggio, per i nuovi arrivati con difficoltà linguistiche, attraverso classi e/o percorsi speciali per favorire l’apprendimento della lingua, può in certi casi funzionare meglio che non il retorico e burocratico egualitarismo che si riduce a mettere un sedicenne a un banco, e a lasciarlo lì. Abbandonato al suo diritto (ius) di essere italiano. Il paradigma di Saleem, o Michele, non riguarda solo l’inclusione e la lingua: indica tutte le rigidità di sistema, gli intoccabili totem della scuola “uguale per tutti”, e cioè spesso “disuguale per ciascuno”, che rendono quasi irriformabile il nostro sistema di istruzione.
La coincidenza tra inizio delle scuole ed elezioni non è però soltanto un caso fortuito. Per forza o per amore, il ruolo fondamentale della scuola per il futuro del nostro paese – sociale, economico, di sviluppo – sembra ormai percepito da tutte le forze politiche e dall’opinione pubblica. Due anni di pandemia, e quasi due anni di Dad, hanno lasciato una traccia pesante in primis sugli studenti: a livello di apprendimento, psicologico e di capacità relazionali. Un recente studio dell’Istat, “I ragazzi e la pandemia”, elaborato sui dati 2020-2021 rileva che la didattica a distanza è stata vissuta in modo negativo da quasi il 70 per cento degli studenti, mentre le restrizioni “hanno causato un crollo nella frequentazione degli amici, diminuita per il 50,5 per cento degli alunni”. La pandemic fatigue nelle scuole non è stata un modo di dire. Anche i docenti e tutto il sistema dell’istruzione ne sono stati scossi. Un’analisi sull’ultimo numero della rivista dell’Università cattolica Vita e Pensiero, svolta dal demografo Alessandro Rosina e dagli psicologi Matteo Lancini e Chiara Ionio, “Dad e ansia per il futuro: oltre l’emergenza giovani”, spiega che “l’impatto psicologico della pandemia a lungo termine, specie tra i più giovani e vulnerabili, è stato definito come la ‘seconda ondata’”. E che però “il disagio e la sofferenza degli adolescenti”, pur così evidenti, “non dipendono dall’eccessivo utilizzo di internet e neanche esclusivamente dalla pandemia. Internet e la pandemia – denunciano gli autori – sono gli schermi sui quali molto spesso gli adulti proiettano tutte le contraddizioni di una società complessa”. Un linguaggio analitico per dire – al mondo degli adulti e magari anche a quello della politica – che non si tratta soltanto di risorse economiche in più (ovviamente servono) e di riforme formali: il rischio di trasformare “la Generazione Z” in una “ghosting generation”, spiegano, è purtroppo reale.
Nel lungo primo lockdown si è sentito ripetere fino allo sfinimento che “nulla resterà come prima”. Il problema, in un universo statico come la scuola, è però quello di non perdere l’occasione. Non è facile come dirlo. Ci sono le famigerate “classi pollaio” (ma in calo, come si evince dai numeri del ministero analizzati qualche giorno fa dal Sole 24 ore: la crisi demografica viaggia ormai al ritmo di 200 mila allievi in meno all’anno, anche se per ora l’incidenza è su scuole d’infanzia e primarie); c’è il ricambio dell’aria nelle aule, ma quest’anno andrà a cozzare, più che col buon senso di una popolazione scolastica ormai super vaccinata, con le restrizioni sul riscaldamento; ci sono le caselle delle supplenze da riempire. Sono i “mali della scuola” che fanno titolo sui giornali, ma non sono in verità i più gravi. La scuola resta un luogo difficile per altri motivi: bisogna “rimettere la scuola al centro del villaggio”, parafrasando lo slogan di un famoso allenatore di calcio. Si continua però a non farlo. Né gli interventi dei governi, quasi sempre “di cacciavite” – l’ultimo tentativo di riforma complessiva è la Buona scuola del governo Renzi, la legge 107 ormai datata al 2015 –, né i programmi-proclami che i partiti hanno messo in campo in questa improvvisa (e improvvisata) campagna elettorale hanno l’ambizione di cambiare radicalmente la situazione.
Qualche giorno fa il Fatto quotidiano ha pubblicato un articolo interessante di Alex Corlazzoli, che ama definirsi “maestro di campagna”, ma oltre a insegnare nelle scuole elementari è un giornalista e scrittore engagé nella sinistra per così dire “alternativista”. Scrive Corlazzoli: “Oggi non ci sarà alcun inizio delle lezioni, sarà la solita finzione, la consueta fiction. Perché dobbiamo avere l’onestà di dirlo, anzi di urlarlo: la scuola italiana è morta. Credevo che la pandemia potesse darci l’occasione per migliorare; per vedere mai più lezioni frontali; per fare finalmente anche nel mondo della scuola riunioni tra 200 docenti online o colloqui online senza far perdere ore di lavoro ai genitori. Credevo che finalmente, le lezioni diventassero 2.0; che i bambini e i ragazzi fossero davvero partecipi nella scuola (perché non possono far parte, già alle medie, di un Consiglio d’istituto?)”. Ci sono cose sacrosante, nell’appassionato J’accuse del maestro, a partire dal fallimento dell’innovazione didattica fino al puro formalismo di schede e valutazioni; altre appartengono invece a un donmilanismo utopistico e di maniera: dov’è l’urgenza delle classi all’aperto, a parte forse a Palermo? 
Ma ha ragione  quando dice che “a uccidere la scuola sono stati, in primis, i dirigenti scolastici, grandi amanti della burocrazia” ma anche “molti insegnanti servi ubbidienti di un sistema che è andato alla deriva”.
Secondo Corlazzoli, qui interprete del pensiero pressoché unico della sinistra, e sclerotizzato, la colpa della politica è soprattutto quella di aver sottratto risorse, per quanto aumentate nell’emergenza Covid e ora nei piani del Pnrr. Andrebbe invece aggiunto – ma la politica e il mondo sindacalizzato della scuola non lo fanno mai – che il vero problema è poi quello di come vengano impiegate le risorse. Ma soprattutto ciò che va messo a fuoco è che la colpa è della politica, sì: perché la responsabilità è di chi sta in cima. E i governi italiani hanno sempre voluto gestire la scuola attraverso un elefantiaco e disfunzionale ministero – la digitalizzazione degli istituti e degli elenchi degli aspiranti docenti è conquista recente – e in generale la scuola come una grande caserma: casermaggio uguale per tutti, programmi e orari uguali dal Manzanarre al Reno, e guai a fare diverso (e non sia mai che le scuole possano sfuggire alla mano dello stato).
Il Paese delle Anime Morte della Scuola non principia dalla mancanza di aerazione delle aule, ma, ad esempio, dall’impossibilità di mettere i docenti a fare quel che devono (e vorrebbero). Uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale, soprattutto del Pd, ma condiviso, è il miglioramento della condizione degli insegnanti: retribuzione e qualità del lavoro. Il Paese delle Anime Morte della Scuola inizia, letteralmente, dalla barriera che divide la scuola reale da quella formale. E’ il gogoliano sfasamento tra organico di diritto e organico di fatto. Ogni istituto ha una pianta organica formale di docenti, suddivisi per classi di concorso. Poi, ogni anno, c’è un congedo maternità, un pensionamento. Ogni anno migliaia di insegnanti entrano in ruolo con una assegnazione, ma poi si mettono in aspettativa attendendo il mitico avvicinamento. E tocca ricorrere ai precari, il più delle volte, provvisoriamente assegnati a quella precisa cattedra (al 30 giugno o al 31 agosto vengono licenziati, in molti casi  per essere richiamati e riassunti il primo settembre: non si fa prima a confermarli?). Da lì nasce la manfrina dei caroselli di insegnanti a settembre, anche se a dire il vero rispetto agli anni scorsi si stanno snellendo. Ma siccome nemmeno i precari bastano più, da anni si ricorre alla Mad: la Messa a disposizione. Meccanismo talmente complicato che qualcuno ha inventato un algoritmo per gestire le domande, in base a cui qualunque cittadino in possesso di titolo adeguato (ma anche no: ad esempio per i posti del sostegno) si iscrive a una graduatoria. E nel caso si viene chiamati. Nella città di O. nel governatorato di M., anni fa arrivò un fotografo di matrimoni che si era messo a disposizione per le materie tecniche.
Poi c’è il lunare problema della difficile corrispondenza tra classe di concorso e organico. In Italia le classi di concorso della scuola secondaria di secondo grado sono un centinaio, si va da “Scienze e tecnologie delle costruzioni aeronautiche” a  “Discipline letterarie, latino e greco nel liceo classico in lingua tedesca o con lingua di insegnamento tedesca delle località ladine”. Ogni volta che non si trova l’insegnante con la classe giusta per riempire la casellina, il nominato risulta essere, formalmente, un fuori organico. E’ palese che scuole così gestite non possano funzionare. Del resto, un paese che non riesce a programmare il numero di medici di cui ha bisogno, può forse riuscirci col numero dei prof. di chimica? E tocca ricorrere ad altri supplenti. Va da sé che insegnanti sottoposti a questi  percorsi a ostacoli non siano invogliati a investire su di sé e sulla propria professione, figurarsi sul futuro dei loro allievi. Ma perché deve rimanere impossibile liberalizzare il sistema e, a fronte di un percorso formativo specifico (qualcosa sta nascendo, ma i primi a opporsi sono gli stessi docenti, sempre paurosi di farsi misurare) e di un esame di abilitazione, permettere a ogni scuola di assumere, a tempo indeterminato, chi vuole? E, con adeguate risorse, pagarlo in base al merito?
Sarebbe il primo grande mutamento. Ma, come ha raccontato qualche settimana fa Antonio Gurrado sul Foglio, basta sbirciare i siti “specializzati” e i forum online dei docenti per cogliere quale sia il loro mood rispetto a una liberalizzazione del sistema: si parla del “superamento di un apparato para-aziendalistico del tutto incongruente rispetto alla natura e agli scopi dell’istruzione pubblica” – come dire che valutare il rendimento e l’esito di una preparazione sia “contrario” allo scopo della scuola. Ma soprattutto si punta, ad esempio la Gilda, alla “revisione (leggi cancellazione, ndr) del sistema dell’autonomia delle scuole in una visione non aziendalistica delle Istituzioni scolastiche”. Valutazione? Vade retro: non a caso l’Invalsi, unico strumento ad oggi che consenta di valutare “cosa” e persino “quanto” si è imparato in una determinata scuola, è l’esame più odiato. Al suo posto, si insiste sul “riconoscimento dell’anzianità di servizio quale elemento fondamentale della carriera dei docenti”.
Nel programma del Pd – l’unico partito, comunque, ad aver messo per iscritto qualcosa di organico – c’è il tema delle retribuzioni. Con la proposta di “restituire al mestiere dell’insegnante la dignità e centralità che merita, garantendo una formazione adeguata e continua e allineando, entro i prossimi cinque anni, gli stipendi alla media europea”. Però non è chiara la copertura della spesa (a regime costerà tra i 6 e gli 8 miliardi), di certo sacrosanta, e una proposta senza copertura rischia di somigliare a una promessa al vento. Inoltre, senza entrare nel tecnico, si può notare quel che scrive Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli, sulla voce.info, e cioè che “la proposta non chiarisce se si vogliano aumentare le retribuzioni dei docenti innalzando il livello di partenza e lasciando la dinamica attuale o, viceversa, si preferisca rendere più rapida la progressione dello stipendio, legandola a un’eventuale carriera degli insegnanti”. Sono due mondi differenti. Nel programma del centrodestra, del resto, ci si limita a annunciare un “piano straordinario per l’eliminazione del precariato del personale docente e investimento nella formazione e aggiornamento dei docenti”. Cioè il nulla. 
Altro punto. Nel programma del Pd spicca l’innalzamento dell’obbligo dai 3 ai 18 anni, con partenza dalla scuola d’infanzia. Si possono tralasciare i dubbi educativi e sociali per l’obbligo a tre anni. Il problema centrale, e non affrontato, è un altro. L’Italia ha un tasso di dispersione tra i più alti d’Europa – oltre centomila all’anno, a cui andrebbero aggiunti, come segnalato da Vita.it gli 82 mila che quest’anno non sono stati ammessi alla maturità per “troppe assenze”, di fatto un abbandono mascherato. E’ evidente che non è alzando l’età dell’obbligo che si guarisce la piaga. Anzi, aumentando l’obbligo, la statistica stessa peggiorerà.
Altre promesse paiono puramente annunci demagogici: Il Terzo polo, qui la pensa come la sinistra, propone di rendere norma ovunque il tempo pieno. Un giochetto che, nei conti di Tuttoscuola, vale 39 mila docenti da assumere e oltre un miliardo e 244 milioni di spesa; una bonanza pubblica difficile da realizzare. Nel programma del Pd e dei verde-rossi si parla di trasporti pubblici gratuiti e di gratuità dei libri di testo. Con quali fondi? I trasporti sono in capo ai già disastrati comuni. L’editoria scolastica è un settore para-assistito e in molti casi pletorico. Ma verrà accollato alle tasse dei cittadini? Altra propaganda populista: l’Alleanza Verdi-Sinistra italiana che ha proposto di ridurre il numero massimo di alunni per classe a 15. Commento secco di Tuttoscuola: “Costerebbe circa 8 miliardi e 400 milioni all’anno. Ma a parte il reperimento delle ingenti risorse, ci saranno all’interno degli edifici scolastici gli spazi per così tante nuove classi?”. I Cinque stelle si limitano a invocare più soldi agli insegnanti, non si sa come, e l’idea di introdurre una “scuola dei mestieri” per “valorizzare e recuperare la tradizione dell’artigianato italiano”. Quando a Rimini Giorgia Meloni propose “il liceo del made in Italy” fu coperta di pernacchie, ma in questo caso nessuno ha commentato. In ogni caso, la valorizzazione del lavoro artigianale e tecnico è una vecchia idea anche della Buona scuola di Renzi e cara al mondo cattolico – l’unico a spendersi per gli istituti professionali. Ci sarebbe molto da fare, per valorizzare gli Itc e i percorsi professionalizzanti. Ma andrebbe per prima cosa scardinato il tabù in base a cui il lavoro tecnico, l’artigianato e l’officina o la fabbrica sono istruzione minore e dequalificata. I risultati sul mismatching tra scuola e mondo del lavoro – al netto della questione dei livelli salariali – è sotto gli occhi di tutti. A proposito delle manifestazioni populiste dei mesi scorsi contro la scuola-lavoro: Marco Lodoli ha scritto sul Foglio che si dovrebbe “cancellare l’alternanza scuola-lavoro per i licei classici e scientifici e rafforzarla per i professionali e tecnici. Nei licei è tempo perso, nei professionali è fondamentale e agli studenti piace moltissimo”. Quando si dice il realismo, e l’amore per le nuove generazioni. Il centrodestra, tanto per tenere la bandiera, parla di “rivedere in senso meritocratico e professionalizzante il percorso scolastico”, di “libertà di scelta educativa” e di sostegno agli studenti “meritevoli e incapienti”. Manca la pur minima indicazione della messa a terra.
E’ evidente che del grande avvicinamento ai problemi della scuola in salsa elettorale, o della genuina scoperta del mondo dell’educazione, tolte la propaganda e molta demagogia resti poco. Nel paese della Scuola delle Anime Morte non basta nemmeno aumentare gli stipendi, se poi non riesci a assumere, e se è la qualità stessa del lavoro a mancare. Il primo problema – e spesso il primo ostacolo – sono i docenti. Scrive Alex Corlazzoli, e dice bene, che la scuola “l’ho uccisa anch’io quando, sopraffatto dalla burocrazia, non ho riflettuto a sufficienza sul senso dell’educare; quando stanco dell’ennesimo corso di formazione obbligatorio inutile, mi sono assuefatto”. Sul Foglio Paola Mastrocola, insegnante ed esperta di problemi educativi, ha scritto che bisogna rimettere in cattedra gli insegnanti: “L’insegnante deve tornare a essere una figura che guida, che ti porta, che illumina un’alternativa”. E che soprattutto insegnanti e famiglie dovrebbero occuparsi della vera sostanza: “Significa rendersi conto dell’emergenza vera: la miriade di giovani disinteressati, lontani dallo studio, persi. Sono giovani che noi disperdiamo”. Anche Sergio Belardinelli, sempre sul Foglio, ha insistito che si tratta sempre dell’incontro tra due persone, l’insegnante e l’allievo, e che le parole su cui insistere sono: “Doveri, responsabilità, imprevedibilità e libertà”. Tutto vero, eppure non basta. Non basta certo una mossa che in qualche modo è un tornare all’antico, una “restaurazione della autorevolezza” senza tenere conto che tutto è cambiato.
Con un po’ di spericolato ottimismo, due anni fa sul Foglio eravamo stati i primi a segnalare un aspetto importante: pur nel disastro della pandemia, la necessità aveva fatto sì che il corpo docente più anziano e meno digitalizzato d’Europa (il 48 per cento è sopra i 50 anni, contro una media Ocse del 34), dentro a una scuola tra le meno attrezzate al digitale del mondo, avesse fatto il più colossale e positivo corso di aggiornamento didattico e digitale che si fosse mai visto in Italia. Prof. che non avevano mai usato una Lim impararono a gestire le classi con le piattaforme d’istituto, a interrogare su Zoom, a distribuire materiali digitali invece che fotocopie. Lo psicologo Matteo Lancini, riflettendo sui molti esiti negativi della Dad da Covid, dice però che ormai “servono scuole sempre connesse alla rete come accade in ogni casa e università italiana, insegnanti che assegnino verifiche in cui sia possibile consultare internet, trasformando finalmente il momento della valutazione in una prova di ampliamento degli apprendimenti”. Purtoppo, di tutto questo, nelle maggior parte delle scuole italiane è rimasto poco. Anzi, è avvenuto un fenomeno che ancora una volta chiama in causa le pigrizie del sistema, e la frustrazione nei confronti di un lavoro disagiato. Dalla Dad, si è passati allo smart working: riunioni, ricevimento, assemblee e tutto ciò che può essere smaltito senza presenza è il solo contenuto digitale rimasto a scuola. A parte un po’ di Lim e un po’ di test fatti per comodità online. Ma la didattica è tornata frontale, i libri a essere libri, la cattedra al centro del villaggio. (Senza esagerare, ovvio: Corlazzoli si scandalizza che esista ancora la lezione frontale. Ma se devi spiegare Kant, forse è meglio che gli studenti stiano al banco e prendano appunti). La verità è che c’è una classe docente che non basta pagare meglio, deve re-imparare la propria professione, come contenuti, come modalità di svolgimento e come strumenti. Il “recupero di autorevolezza”, anche sociale, che i prof. giustamente chiedono passa anche di lì. Il recente dl 36 per il riordino della scuola varato dal governo Draghi ha disposto, finalmente, un percorso di formazione e alta formazione per i docenti che dovrebbe, tra l’altro, prosciugare il “mondo di mezzo” di corsi, aggiornamenti, concorsi abilitanti che sono una delle paludi dove affoga la classe docente. Eppure, il primo a lamentarsi è stato quel demi-monde ideologizzato che, anziché misurarsi sulla qualità, preferisce parlare della scuola come di “un organo costituzionale della democrazia”. Manco fosse la Rivoluzione culturale.
C’è un salto di consapevolezza da fare che coinvolge i politici e i decisori, ma poi è il mondo della scuola che deve mettersi in gioco. Sul Foglio Marco Lodoli, professore e scrittore con la tempra del vero educatore, ha scritto quest’estate il suo “programma per la riforma della scuola”, se fosse ministro: “Allora, punto primo: la scuola ha bisogno di ritrovare in pieno la sua missione, che è educare, preparare, formare, non moltiplicare scartoffie, non oberare gli insegnanti di compiti burocratici, non rubare loro il tempo dello studio e della preparazione costringendoli a compilare inutilissima cartaccia, reale e digitale. Quindi la prima cosa da fare è: semplificare. Basta con il linguaggio ostrogoto di circolari incomprensibili, con le decine di acronimi dietro le quali aleggia il nulla, basta con questo quintale di parole minacciose in quanto astruse e assurde che inquietano e appesantiscono il lavoro dei professori. La scuola deve insegnare la chiarezza, dunque sia chiaro ogni suo documento, ogni suo pensiero”. Basterebbe fare (davvero) questo. Al punto quarto del suo decalogo: “Lezioni di cinquanta minuti e poi dieci minuti di pausa, come accade nelle scuole scandinave. Ogni ora sia divisa così, studio e aria aperta, concentrazione e rilassamento”. Giusto, ma come fare, se gli insegnanti, soprattutto i nuovi, vogliono per prima cosa la settimana corta, come se la scuola fosse un ufficio “normale”? Altro che tempo per “respirare”, sei ore al giorno, tutte di filato, diventano la norma. Al Liceo V., nel governatorato di L., la settimana corta è stata introdotta addirittura mentre l’anno stava per iniziare, senza dar modo a tutte le famiglie di concertare la decisione; e soprattutto con una motivazione surrettizia e che non tiene in nessun conto la didattica: “In merito all’esigenza di contribuire al risparmio energetico, così come richiesto dal dibattito internazionale relativo alla difesa e conservazione dell’ambiente e in coerenza con il nostro progetto di educazione ambientale VVPlastic Free”.
Ciò che può cambiare davvero la scuola sono la forza e le idee di “programmi di governo” come quello di Lodoli. Invece la scuola italiana resta un gioco di specchi che trasforma la scuola reale in un paese delle anime morte, dove contano le finzioni. Si parla di scuola, ma si legge bacino elettorale; si parla di studenti, ma si legge posto di lavoro da conquistare o “stabilizzare”; si parla di nuova didattica ma si intende smart working, e settimana corta. Per non parlare dell’assalto alla diligenza degli aspiranti ai posti ATA. Nella città di P., al confine estremo del governatorato di M., dove il disagio sociale è pane quotidiano, alla fine dello scorso anno un’insegnante (precaria anche lei, vorrà dire qualcosa?) ha ricevuto questo biglietto-poesia da un suo studente che questa volta chiameremo per nome vero, Muhammad Sahah, ma a nome dei compagni, che diceva così: “Sei la chiu bella du mund / Così allegra da fare invidia / Siamo passati dall’inferno al paradiso / appena abbiamo visto il suo sorriso”. E un altro studente, che si chiama Kevin: “Spero che un giorno ci rincontreremo e avrò da dirle molte cose, o almeno che non sarò finito nei guai come al solito”. Anime alla deriva, ma tutt’altro che morte.
"Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.
E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"

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