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Casalinghe di Tokyo, la fiaba è servita
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Casalinghe di Tokyo, la fiaba è servita
Lo sfrigolio della cipolla in cucina, sulla tavola la tovaglia stirata, il vento che irrompe nella sala dalla finestra. Mina in sottofondo, il segnaposto con un nome in corsivo, i  piatti decorati da misteriose mani nere e ocra. Sembra il pranzo della domenica, è il progetto Casalinghe di Tokyo.
Fondato nel 2014 da Alice Schillaci, di professione fotografa, Casalinghe di Tokyo è un incubatore di creatività dedicato all’art de la table nella sua accezione più estesa. Una casa aperta ad artisti e artigiani che collaborano per dare vita a piccoli gioielli del quotidiano, minuscoli universi. Un progetto corale, come lo definisce la fondatrice.

Il nome Casalinghe di Tokyo è un riferimento al romanzo hard boiled Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino: «Nasce un po’ per caso. Non ha mai voluto prendersi troppo sul serio, lasciandomi lo spazio di saltare da un progetto all’altro senza una particolare meta e soprattutto nascosta dietro a un nome al plurale», precisa Alice Schillaci.
Piatti, tovagliette – addirittura un tipo di pasta – e oggetti d’uso comune genuini e allegri, ma mai superficiali. Una maniera di fare che affonda le sue radici nel concetto giapponese di asobi, arte ma anche gioco, caro a Bruno Munari. La rilettura del patrimonio culturale italiano a fare sempre da filtro, ma anche da specchio per chi crea e chi utilizza.
Come nel caso di Stereotypism, la collezione di dodici piatti che reinterpreta le gestualità tipiche degli italiani, sulla base di Supplemento al dizionario italiano di Munari, appunto. O come Trame Italiane, serie di venti tovagliette all’americana nelle quali i ricami fatti a mano si mescolano alle storie ispirate alla raccolta Fiabe italiane di Italo Calvino.
LA CASA È UNO SPAZIO CHE RIEMPIAMO DI MEMORIE. ANCHE GLI OGGETTI SONO CASA, PERCHÉ ANCHE LORO SONO A TUTTI GLI EFFETTI LUOGHI DELLA MEMORIA
ALICE SCHILLACI
Oltre ai prodotti, nelle mani della “Casalinghe” anche i progetti si fanno esperienza, scambio, condivisione. Come nel caso delle installazioni edibili pensate nel food set up di Aliita per il Fuorisalone 2022 o della partecipazione al festival Vulcano Extravaganza 2016 a Stromboli.
In questa occasione, oltre a contribuire alla programmazione della radio allestita e creare un cono scomponibile per servire le portate, Casalinghe di Tokyo ha organizzato due cene con la performance di Paquita Gordon, dj eclettica apprezzata sulla scena milanese e non solo.
Il concetto di asobi (mutuato da Bruno Munari) e il romanzo Le quattro casalinghe di Tokyo. Come si conciliano questi due riferimenti nel tuo immaginario?
Casalinghe nella radice porta la parola ‘casa’, e un po’ mi piaceva l’idea di tornare alla radice svestendo la casalinga del suo grembiule retorico. Tokyo invece strizza l’occhio ad un concetto caro a Munari, asobi, legato alla pedagogia e alla possibilità di apprendere divertendosi.
La risonanza con il romanzo di Kirino mi pareva divertente vista la imperfezione dei personaggi femminili che cavalcano quella forte contraddizione che è una della anime del Giappone, fra un deciso vincolo formale e un necessario lato oscuro, a tratti perverso e vitale allo stesso tempo. Mantenere vive le sporcature e le contraddizioni dei significati ne nutre il lato dialettico, quando quel lato dialettico si assopisce allora vince lo stereotipo.
Artigianato e patrimonio culturale italiano trovano il loro luogo d’incontro privilegiato nella tavola. Che significato ha per te questo arredo/spazio della casa?
La casa è uno spazio che per quanto solido o di passaggio, riempiamo inevitabilmente di memorie. Anche gli oggetti sono casa perché anche loro sono a tutti gli effetti luoghi della memoria. È difficile pensare a una tavola senza la ricchezza di tutti i suoi dettagli, senza il tempo necessario che le va dedicato nel vestirla e svestirla ogni giorno. La tavola per me è un luogo dello stare e potrei dire che mi sento in debito con il rito che la riguarda perché i riti restituiscono il tempo alla memoria e insieme le coordinate entro cui possiamo navigare.
L’artista Daniel Spoerri, ideatore dell’Eat Art nel 1967, aveva intuito il forte potere narrativo di una tavola. Nelle sue tavole verticali piatti sporchi, avanzi e stoviglie si cristallizzano per sempre nel gesto artistico. Pensi mai a quali storie e a quali tavole siano destinati i vostri progetti?
Le cristallizzazioni di Daniel Spoerri sono tracce, congelano un momento nella sua estasi forse più vitale. Il caos ordinato della tavola, l’apollineo e il dionisiaco che si inseguono nel vortice delle portate e nell’immobile dello stare a tavola. Casalinghe e il ruolo della tavola ci ha portate in tanti posti, dal lavorare con la ceramica allo scavare nel patrimonio delle fiabe italiane tradotte in ricami.
Storie vissute e storie raccontate. In Trame Italiane hai pensato a delle tovaglie ispirate a Le Fiabe Italiane di Italo Calvino. Qual è stato il processo creativo?
Le fiabe sono l’emblema della ricchezza regionale e insieme il simbolo dell’universalità della condizione umana, ma più intimamente per me sono il ricordo delle fiabe che mi leggeva mio papà prima di dormire, ultime parole la sera, poi il sonno e poi la colazione il mattino dopo, prima della scuola. Quindi penso di avere solo fatto un 2+2 abbastanza nostalgico. I disegni sono stati realizzati da Arianna Vairo, illustratrice, mentre i ricami sono stati eseguiti da un gruppo di appassionate e animatissime signore venete.
In passato ti sei occupata anche del design di una tipologia di pasta corta, com’è stato confrontarti con questo progetto?
Alma è un formato di pasta realizzato in collaborazione con la designer Chiara Andreatti. Il tutto è nato da una chiacchiera guarda caso proprio a pranzo, intorno ad una tavola.
Inizialmente ci sarebbe piaciuto lavorare sulle acconciature femminili nel tempo, purtroppo però abbiamo avuto poco tempo per presentare il progetto al Salone. Abbiamo quindi abbiamo lavorato ad un forma organica che in qualche modo riuscisse a proteggere il più possibile l’idea di partenza.
Mi ha sempre affascinato come per le donne ogni epoca storica sia scandita da un certo tipo di costume. La donna nella storia non sfugge alla immagine che altri si fanno di lei, la nostra condanna forse ma anche la nostra eredità, e le eredità servono anche per riscrivere le storie.
Durante l’ultima Milano Design Week le installazioni edibili per il brand di gioielli Alita hanno suscitato molto interesse. Puoi raccontarci di più del progetto?
Mi piace cucinare ma non posso definirmi una cuoca. Per questo per la parte di food set up e food design ho iniziato a collaborare con Lucia Gaspari, chef professionista e oggi collaboratrice ufficiale di Casalinghe.
Alita realizza gioielli e mantiene uno spirito ironico ed elegante in ogni collezione. Il nostro lavoro ha cercato di mantenere fede alla visione del marchio indagando l’aspetto prezioso che riguarda ogni gioiello senza perdere il tocco spiritoso. Abbiamo quindi realizzato una serie di elementi finger food che potessero raccontare nel loro insieme la cura del dettaglio.
Ogni elemento era commestibile perché una delle nostre missioni è quella di usare il cibo affinché venga mangiato sempre e sia anche buono, usando la fantasia installativa senza sacrificare la materia. Ci siamo divertite molto e speriamo ci siano altre occasioni e altre tavole su cui scrivere storie nuove.
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