L'eccellenza dell'artigianato in un premio Loewe – Artribune

Con il suo cesto leggiadro realizzato tramite una tecnica antica, la designer vince il premio parte del grande gruppo di luxury LVMH. L’artigianato assume gradualmente un valore sempre più significativo, abbracciando le tematiche dell’attualità quali inclusione e sostenibilità
Un cesto: perfetto, leggero e trasparente, realizzato in crine di cavallo con una tecnica risalente a 500 anni fa, considerata sino ad oggi scomparsa. È il manufatto con cui la coreana Dahye Jeong (Jeju, 1989) si è aggiudicata il Loewe Foundation Craft Prize 2022, prima tra trenta finalisti. A decretarlo, una giuria composta da personalità di spicco del mondo del design, dell’architettura, della critica e della curatela museale, tra cui Magdalene Odundo, Anatxu Zabalbeascoa, Deyan Sudjic, Abraham Thomas e Patricia Urquiola. La giuria ha inoltre deciso di assegnare due menzioni speciali. La prima per Andile Dyalvane (1978, Sudafrica) per l’opera Cornish Wall, un vaso a spirale in terracotta rossa, realizzato presso il Leech studio di St. Ives, nel Regno Unito, influenzato sia dalla cultura xhosa che da quella della costa della Cornovaglia. La seconda, a Julia Obermaier (1989, Germania) per Verborgen, opera che ridefinisce il modo di costruire i gioielli trattandone la gemma come struttura anziché castone. Tutti i manufatti selezionati per questo concorso attualmente esposti al Seoul Museum of Craft Art (SeMoCA).
Ideato nel 2016 da JW Anderson, direttore artistico di Loewe considerato tra i fashion designer di spicco del momento, questo premio è un omaggio alla maestria artigiana contemporanea. Loewe appartiene dal 1996 al super gruppo del lusso LVMH che dal 2017 sostiene pure LVMH innovation award e LVMH young fashion, giunto quest’anno alla sua nona edizione. Ma, ad essere così specifico per uno dei 75 brand di cui Lvmh dispone, è solo quello che porta il nome di Loewe. Il premio è del resto perfettamente coerente alla storia di questo marchio, tra quelli che fanno capo al gruppo di Bernard Arnault il più antico. Fondato nel 1846 a Madrid, da un gruppo di pellettieri spagnoli a cui si aggiunge nel 1876 Enrique Loewe, un commerciante originario dell’Assia, in Germania, Loewe è alla sua origine un collettivo di artigiani. Il primo negozio aperto a Madrid risale al 1905, seppure attualmente sparse ovunque nel mondo le sue vetrine sono 150 e sostengono un fatturato di 456,2 milioni di euro, in aumento nel 2021 del 38% sull’anno precedente. Sempre a Madrid nel 2016, Loewe ha aperto il primo flagship di nuova gestione: Casa Loewe Madrid, 1000 metri quadrati al piano terra della sede dell’azienda situata in un edificio storico del xix secolo. Si tratta di uno spazio disegnato come la dimora di un collezionista d’arte, in cui abbigliamento e pelletteria prendono vita insieme a oggetti di design e ad altre creazioni artigianali.
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Niente è per caso. Durante lo scorso Salone del mobile a Milano Loewe ha presentato i manufatti di undici artisti-artigiani provenienti da ogni parte del mondo sotto un unico titolo, Weave, Restore, Renew. Operazioni come queste stanno incontrando un nuovo tipo di sensibilità: crisi climatica, inclusione e sostenibilità, sono divenute tra i componenti di Gen Z e Alpha priorità. Per loro il vocabolo “artigianato” ha perso quel disvalore che lo aveva relegato per anni passatempo per qualche bizzarro “creativo”. Il fashion system è un mondo attentissimo a cogliere qualsiasi opportunità e lo fa velocemente come pochi altri. Non si può, tuttavia, fare a meno di notare come brand concorrenti – all’origine pellettieri di lusso proprio come Loewe – abbiano intrapreso percorsi completamente differenti: è il caso ad esempio di Gucci o Bottega Veneta, ambedue appartenenti a Kering, il gruppo francese di proprietà della famiglia Pinault.
-Aldo Premoli
https://craftprize.loewe.com/en/
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