Mani in basso. Dezen Dezen, l'artigianato dell'Est Europa –… – Trieste News

28.09.2022 – 10.04 – Città vecchia. Motorini scalpitanti fuori campo, intervalli di parole e risate vibranti incorniciano il tessuto urbano che ruota intorno al laboratorio artigianale “Dezen Dezen”. Da una ripetizione bizzarra dall’etimologia curiosa, nasce la storia di Marco – detto “Il Cocolo” – e Michele Grimaz: un duo over 30 in sintonia con la bellezza della tradizione serigrafica, e con un forte desiderio di libertà e comunicazione.
Sveliamo fin da subito cosa si nasconde dietro al nome del laboratorio.
Marco: “Dezen dezen ha un legame molto stretto con le mie radici croate. A Zagabria, si trovava il laboratorio storico della nonna e dei miei genitori; e lì fantasia si dice proprio dezen. E’ un nome che nasconde un passato contaminato dalle tradizioni: si tratta della storpiatura della parola francese dessin che è stata portata, a sua volta, dai turchi. La scelta di ripeterla in sequenza deriva, poi, dall’idea di rendere più riconoscibile il modus operandi del lavoro artigianale: ogni motivo, infatti, viene riprodotto in serie sul tessuto.”
Dalla Croazia all’apertura del laboratorio a Trieste: qual è stata la leva più forte che vi ha spinto a passare da un’idea a un progetto concreto?
Marco: “Come prima cosa, non nascondo che c’era un forte imprinting familiare nella scelta di partire con un laboratorio serigrafico. Nato da padre italiano e mamma croata, la mia famiglia aveva una serigrafia gestita ancora prima da mia nonna. Realizzavamo, in laboratorio, fazzolettoni tradizionali dell’Europa Centrale dell’Est: da loro abbiamo ereditato i quadri serigrafici che utilizziamo ancora oggi per i tessuti che stampiamo a mano. Altrimenti, c’è la stampa digitale, è da due annetti che la sperimentiamo: ci dà molta libertà nell’adattare il disegno ad altri usi. Ma, forse, l’input fondamentale per la messa in atto del progetto deriva dalla nostra vita precedente. Nel 2014, a distanza di sei mesi l’uno dall’altro, ci siamo ritrovati senza lavoro. Entrambi non volevamo restare con le mani in mano, e ci siamo uniti per ripartire dall’indipendenza.”
Cosa rende unico il vostro lavoro?
“Abbiamo una caratteristica solo nostra, indice di uno sguardo peculiare: usiamo un quadro serigrafico grande per stampare su capi già cuciti. Nel tessile, invece, si stampa prima di tagliare e cucire. Siamo andati controcorrente, abbiamo seguito l’istinto. Ci interessava una stampa che abbracciasse tutto il tessuto, da dietro al collo fino all’interno.”
Un tuffo nelle vostre esperienze lavorative precedenti. Cosa facevate?
Michele: “Ero grafico in un’azienda. Oggi siamo molto attivi sui social, senza quello non si va da nessuna parte. Da subito abbiamo lavorato tanto su quei canali. Volevamo rendere il più comprensibile possibile quello che facevamo.”
Marco: “Lavoravo per una grande multinazionale, ma sono cresciuto nell’attività di famiglia. Sentivo di avere un mestiere in mano. Insieme alle competenze grafiche di Michele, abbiamo cercato di coniugare le due cose. Venivamo entrambi da 2 famiglie manovali. I genitori di Michele erano agricoltori, e i miei piccoli artigiani. Siamo cresciuti in un’altra atmosfera rispetto a un lavoro d’ufficio, questo ci ha aiutato.”
E oggi, è ripetibile il vostro slancio nell’imprenditoria?
Marco: “Quando abbiamo iniziato avevamo compiuto da poco 30 anni, non c’era la competizione spietata del mercato di oggi. Volevamo fare qualcosa di nostro, e avevamo la fortuna di avere l’attrezzatura in eredità. Michele, poi, aveva già una sua professionalità: è stato un gioco da ragazzi aprire un e-commerce e gestire la comunicazione, dalle foto ai social. L’obiettivo? Dare una veste moderna e accattivante ai nostri prodotti e alla loro storia, attualizzarli per ripensarli.”
Vi siete ispirati a delle realtà simili già esistenti o è stato un lancio nel vuoto?
“Eravamo totalmente incoscienti (risata fragorosa all’unisono, ndr).
Michele: “In realtà, in Italia non c’era ancora il trend dei prodotti artigianali, ma guardando all’Austria, alla Germania e all’Europa Centrale, market e autoproduzioni andavano già molto. Eravamo affascinati da quel mondo e abbiamo iniziato così, portando in giro le prime collezioni per tutti i mercati d’Italia e d’Europa. Solo dopo abbiamo optato per l’apertura di un laboratorio.
La scintilla? Avevamo realizzato 30 magliette nel laboratorio in Croazia – pronte per un festival di magliette autoprodotte a Bologna – e lì abbiamo venduto quasi tutto in quei due giorni. Eravamo partiti come hobbysti, ma la soddisfazione dei risultati ci ha dato coraggio.
All’inizio, pensavamo di andare su e giù tra Trieste e Zagabria, ma ci siamo resi conto che non ne valeva la pena. Dopo alcuni corsi sul fisco e l’imprenditoria giovanile, il laboratorio in Città Vecchia scalpitava per l’apertura insieme a noi.”
Perchè proprio Città Vecchia come base operativa ?
Marco: “E’ da anni che bazzico nella zona, ci ho vissuto ancora in tempi non sospetti. Non ho mai fatto la patente, e l’idea era comunque di essere in centro; non di andare in zona industriale. Non ci consideriamo un’industria, ma soprattutto crediamo che il piccolo artigiano debba avere un contatto con le persone. La zona è bellissima, siamo arrivati in un momento di fermento: oltre a bar e ristoranti, aprivano piccole botteghe e artigiani dal design particolare. Era il quartiere in cui si trovava l’artigianato più moderno e contemporaneo. E poi abitavamo qua dietro, volevamo che il laboratorio fosse comunque nell’arco di 500m da casa per andarci a piedi.”
E avete mai avuto il desiderio di allargarvi?
Marco: “Ora come ora, sarebbe come un cane che si morde la coda: per assumere qualcuno dovremmo produrre di più, e per produrre di più dovremmo essere di più. Bisognerebbe avere un giro molto più grande. E’ giusto sognare in prospettiva perchè altrimenti non vai avanti, ma soprattutto dopo gli ultimi anni, per noi, l’importante è restare a galla. Noi stessi abbiamo deciso di non aumentare i prezzi, nonostante ci fosse stato chiesto ad una fiera a Milano come requisito per proporci a dei rivenditori. Vediamo come vanno le cose restando su questa linea. Al momento, il metro di misura è quello che riusciamo a gestire con serenità e senza troppo stress.”
Con la pandemia, sono cambiate delle vostre abitudini?
Michele: “Prima del covid, giravamo tanto per i mercatini, i market indipendenti e di design artistico. Adesso, però, lavoriamo più in laboratorio di quanto ci saremmo aspettati. All’inizio, questo doveva essere solo un laboratorio, con la vendita dei prodotti online. Ma abbiamo realizzato che ci aiutava molto avere questo spazio per raccontare il prodotto e quello che facevamo. Vedevamo che le persone si fermavano incuriosite.
Ad oggi, nella zona siamo molto conosciuti, ma non da chi non è di qui o non è nel giro dell’artigianato. Ci stiamo chiedendo anche come arrivare alle periferie, un passo alla volta.”
All’inaugurazione qual era il cliente tipo che vi immaginavate?
Michele: “La spontaneità ha preso letteralmente il sopravvento. All’inizio cercavamo di posizionarci come un brand di street wearing indipendente giovanile, e puntavamo molto alla t-shirt. Alla fine, abbiamo integrato molti altri prodotti perchè le fasce d’età erano tra le più varie: predominava il desiderio di un prodotto ricercato e che avesse qualcosa da raccontare. Dopo la comparsa del laboratorio in alcune guide, anche internazionali, abbiamo avuto un bel giro estivo di turisti che si è avvicinato alla nostra realtà.”
Marco: “La boba de borgo non viene spesso, ma ogni tanto capita”.

E i rapporti nel mondo dell’artigianato, fila tutto liscio?
Michele: “A Trieste c’è una bella rete di artigiani, andiamo molto d’accordo. Hai sempre una sicurezza dai colleghi, e dai loro consigli. Siamo un po’ tutti della stessa generazione, molti di noi hanno aperto nello stesso periodo, e dai primi “Barbacan Produce” si sono create belle sinergie.
Il covid, in questo senso, ha aiutato: c’è una maggiore sensibilità verso l’artigianato e i prodotti locali a km0. “Sostieni la tua città, sostieni l’artigiano” ha scandito il lockdown, e per fortuna”.
Se dovessi pensare al futuro, cosa diresti?
Marco: (Risata fragorosa ndr). “A me personalmente piacerebbe crescere un po’, ma fino al punto in cui resiste il contatto umano, sia col cliente che con i collaboratori. Si deve sentire un clima familiare, in cui le persone si chiamano ancora per nome. E poi che dire… dopo gli ultimi 3 anni, viviamo giorno per giorno, mese per mese, anno per anno. L’importante è che si mantenga un laboratorio aperto al pubblico, dove le persone ci possano vedere mangiare o stampare nella nostra autenticità.”
Lavorare in due avrà pro e contro come in ogni relazione che si rispetti. Sbaglio?
Michele: “Sono 8 anni che lavoriamo insieme in quest’avventura. Siamo abbastanza arrotolati (sic). Il confronto c’è sempre, dovunque. Forse il lato più negativo è dover rinunciare alla vita privata per impegni professionali. A volte, è difficile aggiustare il tiro per ferie e malattia. Le ferie non esistono per partito preso. Nonostante tutto, però, siamo contenti di quello che facciamo, e lo stile di vita che gira intorno a quello che abbiamo realizzato, al di là di tutte le possibili insicurezze.”
Concludiamo con una nota positiva: qual è la cosa più bella del lavoro autonomo?
Michele: “La gestione del tempo batte tutto. Ti dà il privilegio di poterti adattare anche all’ umore e agli impegni. “
Marco: “Non dover rispondere a nessuno è una vera chicca. Quando sei un dipendente, devi seguire le linee di qualcun altro; a volte, nella multinazionale, dovevo andare contro me stesso.”
[m.p.]
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