Star Ocean: The Divine Force, la recensione del nuovo JRPG di Square Enix e tri-Ace – Multiplayer.it

Nella recensione di Star Ocean: The Divine Force Square Enix e tri-Ace ci riportano nello spazio col nuovo capitolo della serie, ma saranno riusciti a convincerci?
Strana la storia di Star Ocean, una serie di nicchia che inizialmente si filavano pochissimi cultori di JRPG – a differenza della gemella Tales of che ne condivide la paternità – e che quando tentò la strada della popolarità le provò tutte, ma proprio tutte, per piacere in ogni angolo del mondo: memorabile, per esempio, la versione International di The Last Hope, che permetteva di scegliere tra i bruttissimi ritratti in CGI “per gli occidentali” e quelli cartoon “per i giapponesi”. Nonostante i suoi sforzi, Star Ocean continuava a restare nella sua nicchia, tant’è che a un certo punto pure Square Enix, che nel frattempo si era presa in carico la pubblicazione dei titoli tri-Ace, lasciò passare tipo sette anni tra un capitolo e l successivo, per poi uscirsene con Star Ocean 5: Integrity & Faithlesness: realizzato con due spicci, per “valutare l’interesse dei giocatori”, come se un gioco mediocre potesse rilanciare un intero brand.
Sembrava che per Star Ocean fosse finita lì, in quell’estate del 2016, quando invece il marchio è ricomparso a sorpresa in uno State of Play del 2021 con un nuovo capitolo, il sesto se non contiamo gli spin-off, che abbiamo giocato proprio in questi giorni. Nella nostra recensione di Star Ocean: The Divine Force vi racconteremo com’è andata questa volta e se tri-Ace è riuscita a rinnovare per davvero la serie per cui fondò la compagnia nel lontano 1995…
C’è da dire che gli Star Ocean non hanno mai brillato sul fronte della narrativa, e quindi ci ha sorpreso scoprire che The Divine Force può vantare una trama accattivante e, soprattutto, un cast solido a tutto tondo. Niente lolite in abiti succinti che strillano inutilmente, questa volta: anche il membro più giovane del cast, la iatrimante Nina Deforges, è un personaggio sufficientemente maturo e avulso ai cliché. Nonostante questo, The Divine Force mantiene più o meno tutte le caratteristiche iconiche della serie, a cominciare dalla premessa in puro stile Star Trek: la storia, infatti, comincia quando l’astronave da trasporto Ydas viene abbattuta sopra Aster IV, un pianeta arretrato in cui il regno di Aucerius e l’impero di Vey’l sono ormai ai ferri corti.
Sfuggito per un pelo alla distruzione della sua nave e atterrato su Aster IV con una capsula di salvataggio, il capitano Raymond Lawrence s’imbatte nella principessa Laetitia Aucerius e la sua guardia del corpo Albaird Bergholm: loro lo aiuteranno a trovare Chloe, la giovane pilota della Ydas che è finita chissà dove sul pianeta, e lui li accompagnerà alla ricerca del brillante ma scontroso semiomante Midas Felgreed.
In realtà, per capire bene tutti i passaggi della storia, bisognerebbe giocare Star Ocean: The Divine Foce almeno due volte. All’inizio, infatti, possiamo indicare come protagonista principale Raymond o Laetitia, proprio come succedeva con Claude e Rena in Star Ocean: Second Evolution. La decisione cambierà alcune scene, che vedremo dal punto di vista dell’uno o dell’altra, e influirà anche su certi contenuti, come i personaggi giocabili che entreranno in squadra.
Nonostante questa dinamica tenda a disorientare la narrativa – ci sono dei momenti in cui si ha proprio l’impressione di essersi persi qualche pezzo di storia per strada – l’intreccio funziona fin da subito: la sceneggiatura di Yoshiharu Gotanda, che peraltro ha creato la serie, svela i punti focali un po’ alla volta, senza sparare subito tutte le cartucce, ma introducendo gradualmente la vera minaccia che unirà i protagonisti e che, in puro stile Star Ocean, li vedrà combattere non solo per Aster IV, ma per tutta la galassia.
Come vi abbiamo anticipato, la narrativa funziona per merito anche e soprattutto del cast. Tenendo presente che l’italiano non è supportato neanche nei testi, il gioco è doppiato in inglese e in giapponese: in lingua inglese, i doppiatori tutto sommato fanno un buon lavoro – a parte Laetitia, che è quasi inascoltabile – ma ovviamente vi consigliamo di impostare la lingua giapponese se preferite un’impronta più anime. Abbiamo tuttavia apprezzato la caratterizzazione dei vari personaggi e la massiccia quantità di dialoghi che intervengono a delineare meglio i loro rapporti anche durante le esplorazioni, ma è un peccato che la colonna sonora di Motoi Sakuraba ci sia sembrata meno incisiva rispetto alle sue precedenti collaborazioni.
Il problema, semmai, è il modo in cui i programmatori di tri-Ace hanno tradotto in modelli 3D le illustrazioni di Akira Yasuda: come puro e semplice character design, ci troviamo di fronte al miglior Star Ocean di sempre, con una cura per i particolari dei costumi davvero ineccepibile, ma nel gioco i modelli poligonali sono meno convincenti, seppur dettagliati, e animati in maniera legnosa e poco credibile durante le cinematiche della storia, ma molto meglio nei combattimenti.
Il problema della grafica si estende un po’ a tutto il gioco, ma forse non come state pensando. Star Ocean: The Divine Force è un titolo cross-gen, che esce anche per PlayStation 4 e Xbox One e che pertanto sente sulle spalle non solo il peso del passato, ma anche di un budget risicato. È un controsenso continuo, il gioco tri-Ace, perché si passa da superfici liquide che non reagiscono minimamente all’ingresso di un modello 3D, il quale sembra soltanto camminare in una brutta texture trasparente, a scenari strapieni di dettagli minuziosi. Le varie città sono tutte diverse le une dalle altre, separate da macro-zone che formano il mondo di gioco, un po’ come succede nei JRPG della serie Tales of da alcuni anni a questa parte. Gli scenari, tuttavia, sono davvero mozzafiato, con un’attenzione per i particolari, la geometria e l’illuminazione che un pochino fa perdonare le altre mancanze.
Questi scenari si sviluppano anche verticalmente, ma forse tri-Ace è stato troppo ambizioso e ha fatto il passo più lungo della gamba, che poi potremmo dirlo per ogni altra funzionalità di Star Ocean: The Divine Force e chiudere la recensione qui. L’esplorazione è forse la parte migliore, o comunque quella più innovativa per la serie, ma dimostra pure l’inadeguatezza dello sviluppatore.
DUMA è una specie di drone che diventa una meccanica di gameplay sia nell’esplorazione che nel combattimento. Può usarlo qualsiasi personaggio: basta tenere premuto un tasto per caricare una propulsione – detta anche VA – che ci proietterà nella direzione prescelta. Non si tratta di volare, ma di effettuare dei lunghi scatti, seguiti da un’eventuale discesa a rallentatore, e basta questa semplice aggiunta a cambiare del tutto l’esplorazione. DUMA velocizza gli spostamenti a piedi – e se poi volete fare anche prima, potete viaggiare rapidamente da una destinazione all’altra in qualunque momento – e spalanca le porte a un’esplorazione più attenta, anche perché la mappa non segna in automatico i forzieri e i collezionabili e il raggio di scansione del drone implica comunque di essere nelle loro vicinanze per individuarli sul radar.
Una volta superata l’introduzione e ottenuto DUMA, si capisce subito quanto possa essere divertente esplorare questi vasti scenari, magari in cerca di oggetti o materiali, oppure di passaggi segreti e scorciatoie che permettano di tagliare da un punto all’altra della mappa, che sia una grande vallata o una città come la gigantesca capitale.
Proseguendo nell’avventura, ci si imbatte in zone disegnate proprio per sfruttare questa dinamica di gioco. Alcuni dungeon, soprattutto, che ci obbligano a pensare tridimensionalmente per risolvere i rompicapi e raggiungere l’uscita, o anche soltanto per evitare i nemici troppo impegnativi. I cristalli viola sparsi per la mappa si chiamano DUMA Pts e sono importanti perché servono a potenziare DUMA non solo per l’esplorazione, ma anche in combattimento, e perché spesso sono posizionati in modo intelligente per indurci a usare lo scatto aereo in modo creativo, e anche perché, seguendoli, prima o poi si arriva a qualche forziere o collezionabile.
tri-Ace, insomma, se l’è pensata bene la dinamica dell’esplorazione, ma come dicevamo ci sono dei problemi tecnici che qualche volta sminuiscono l’impegno dello sviluppatore: barriere invisibili, collisioni strampalate, elementi interattivi poco evidenti che si finisce per cercare girando a vuoto, e ci sono anche dei momenti in cui si resta incastrati in qualche spazio tridimensionale sbagliato, col rischio di dover riavviare la partita se non si trova l’angolazione giusta per schizzare fuori tramite VA. Sono situazioni che non capitano spesso come si potrebbe temere, ma che tradiscono un livello di pulizia non proprio ineccepibile.
Esplorare è divertentissimo, ma non neghiamo che qualche miglioramento alla qualità della vita avrebbe fatto sembrare Star Ocean: The Divine Force un titolo meno acerbo. Prendete le missioni secondarie, per esempio: indicate sulla mappa da puntini gialli, che rappresentano i PNG che ce le affideranno, sono consultabili da una schermata dedicata che tuttavia offre pochissime indicazioni su cosa fare per risolverle, in un gioco che è già avaro di suggerimenti. Completata la missione, si può scegliere se tornare immediatamente a consegnarla, salvo scoprire che il viaggio rapido ci riporta soltanto all’ingresso della mappa in cui si trova il PNG, che dovremo andarci a cercare setacciando la città di turno in lungo e in largo. Questo tipo di spigolosità, e il fatto che non si conoscano le ricompense in anticipo, non incoraggia a intraprendere le missioni secondarie che, peraltro, sono semplici incarichi senza nessuna narrativa.
Semplicistico quanto ottuso e per nulla stimolante, anche l’artigianato lascia a desiderare. I personaggi accumulano SP per ogni creazione andata a buon fine, e aumentando di livello acquisiscono nuove competenze che permettono la creazione di oggetti migliori. Il procedimento è intuitivo, ma lento e inutilmente costoso: è difficile immaginare che non si riesca ancora a fare meglio di un qualsiasi Atelier o dell’eccezionale sistema di artigianato in Dragon Quest XI.
Eppure tri-Ace sembra non aver imparato nulla dagli errori del passato. Il sistema di artigianato era pessimo nei precedenti Star Ocean e non è migliorato in The Divine Force, ma per fortuna si può bellamente ignorare – a meno che non intendiate sviscerare il gioco in ogni suo contenuto – e non è neanche l’unico passatempo tra una battaglia e l’altra.
Abbiamo detto che alcuni personaggi nelle città offrono missioni secondarie; ebbene, tutti gli altri – o per meglio dire, tutti gli altri con cui è possibile interagire – vorranno invece giocare a Es’owa: pensate al Triple Triad o Tetra Master dei Final Fantasy, ma con gli scacchi che raffigurano unità completamente generiche o personaggi storici di Star Ocean e Valkyrie Profile. Dobbiamo ammettere che è un minigioco molto divertente, ma dalla dubbia utilità, e non si capisce bene perché dovremmo impegnarci a scalare i ranghi dei giocatori di Es’owa. Ma dopotutto, i tutorial non è che si spertichino in chissà quali spiegazioni dettagliate delle meccaniche di gioco…
Il che potrebbe anche piacere a chi odia essere preso per mano, ma diventa frustrante quando si passa alle battaglie, e il sistema di combattimento della saga è noto per essere molto tecnico, ma anche inutilmente complicato. The Divine Force non fa eccezione. In buona sostanza, ogni personaggio può associare ai tre pulsanti del controller una serie di Combat Skill che s’imparano spendendo i punti guadagnati aumentando di livello negli Skill Tree individuali: premendo un pulsante in sequenza, se ne possono eseguire fino a tre, oppure se ne può eseguire un’altra tenendolo premuto.
Potenzialmente si ha accesso a un massimo di dodici Combat Skill, che poi siano uguali o diverse sta al giocatore, ma certo è meglio costruire le cosiddette Chain Combo ragionando sulle animazioni e le funzionalità di queste tecniche. Per esempio, possiamo formare una Chain Combo che inizi con un attacco ravvicinato, prosegua con un colpo che scaglia via il nemico e si concluda con un proiettile a distanza che lo centri mentre è lontano.
Il succo è questo, ma ci sono vari fattori da tenere a mente, come la velocità di caricamento di queste Combat Skill – specie se sono incantesimi che prevedono un tempo di lancio – o gli AP che consumano: questa risorsa si ricarica nel tempo e se gli AP consumati da una Chain Combo sono maggiori rispetto a quelli che il personaggio controllato ha a disposizione, semplicemente non si può chiudere la catena.
C’è da dire che i personaggi sono molto diversi anche in termini di gameplay e il fatto che si possano controllare tutti, e passare dall’uno all’altro in un attimo durante lo scontro, è un pregio non da poco. In combattimento si possono schierare fino a quattro personaggi al massimo, mentre gli altri se ne restano in panchina, e quindi ha senso costruire il party includendo combattenti che possano anche curare come Nina o potenziare/depotenziare alleati e nemici come fa Albaird.
Nonostante siano molti meno rispetto a Integrity & Faithlesness, però, The Divine Force è un titolo anche più caotico, e forse è proprio questo il suo punto debole. Il problema non sta nell’effettistica talvolta esagerata – e anche spettacolare, per carità – e neppure nella quantità di personaggi e nemici che si muovono in tempo reale sul campo di battaglia, ma nella confusione visiva generale che, al netto di una telecamera poco precisa, ridimensiona la componente tecnica del sistema di combattimento, che dovrebbe contemplare schivate perfette, che rallentano il tempo per un attimo e rigenerano gli AP, e scelte più o meno strategiche da compiere a gran velocità. Per fortuna esiste una forma di pausa tattica tipo quella di Final Fantasy VII Remake, da utilizzare per riprendere fiato, cambiare la strategia dell’intelligenza artificiale o usare qualche consumabile.
A esacerbare il problema sono anche le funzionalità di DUMA. In combattimento si può usare il drone per generare una barriera protettiva che, però, preclude l’impiego della sua principale funzionalità; tuttavia, scattando verso i nemici, e virando all’ultimissimo istante da un lato o dall’altro, è possibile innescare il Blindside, una meccanica che non dovrebbe risultare estranea a chi ha giocato Star Ocean: The Last Hope. Un attacco in Blindside sostanzialmente infliggere più danni e disorienta i nemici, garantendo una finestra per colpirli meglio, e il gioco stesso suggerisce di alternare le Chain Combo agli attacchi in Blindside mentre si rigenerano gli AP.
Il vantaggio è che, ingaggiando in Blindside, si conclude la maggior parte degli scontri in pochi secondi, e in questo modo i combattimenti non spezzano il ritmo dell’esplorazione. Il problema, di contro, è che non si capisce praticamente nulla di quello che succede. Ciò si verifica soprattutto negli ambienti al chiuso, dove la telecamera tende a impazzire più spesso di quello che avremmo voluto, con buona pace della modalità Performance che, su PlayStation 5, mantiene i 60 fotogrammi al secondo ma se ne perde comunque qualcuno per strada quando la schermata si riempie di esplosioni e particellari.
Nonostante ciò, non si può dire che non ci siamo divertiti nelle circa 40 ore che abbiamo impiegato per completare un’avventura che, peraltro, si presta a una discreta rigiocabilità. Il sistema di combattimento, per quanto confusionario, si appoggia su una notevole libertà di personalizzazione, tra ampi Skill Tree che si diramano in diverse direzioni, offrendo abilità da scegliere se comprare o potenziare, e una miriade di statistiche da considerare soprattutto se si gioca a un livello di difficoltà più alto di quello predefinito. Le battaglie coi boss, coinvolgenti e impegnative, mettono alla prova la conoscenza delle dinamiche di gioco e, oltre ai riflessi, richiedono anche un pizzico di strategia.
Siamo decisamente anni luce avanti rispetto a Integrity & Faithlesness, ed è bello sapere che Square Enix non ha rinunciato a supportare una serie che ha sempre avuto grandi potenzialità: adesso serve solo più talento e magari qualche soldino in più, perché The Divine Force potrebbe aver tracciato la rotta giusta da seguire.
7.0
9.0
Star Ocean: The Divine Force è un titolo ricco di buonissime idee che il team di sviluppo non ha saputo concretizzare in pieno. Forse troppo ambizioso anche tecnicamente, per essere un gioco a cavallo tra due generazioni, l’action JRPG di tri-Ace è comunque assai godibile e dimostra che la storica serie fantascientifica ha ancora molto da dire, ma prima ancora dei giocatori ci deve credere un publisher che abbia il coraggio di investire davvero su di essa. Se amate il genere, e siete disposti a chiudere un occhio su parecchie sbavature, potrebbe darvi grandi soddisfazioni.
Data di uscita: 27 Ottobre 2022
Acquista su PlayStation Store
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