Star Ocean: The Divine Force, la recensione – Eurogamer.it

In un periodo estremamente affollato di uscite come questo c’è la possibilità che la release di un nuovo capitolo di Star Ocean passi quasi inosservata. Sarebbe un peccato perché stiamo parlando di una serie JRPG tra le più longeve di sempre, che in alcuni momenti della sua storia ha “messo paura” anche a saghe famose come Final Fantasy, Dragon Quest e compagnia bella. Fatevi quindi un favore, smettetela per qualche minuto di lustrare la vostra Ascia del Leviatano, date qualche snack ai Demoni Infernali e seguiteci nel viaggio verso
Il franchise di Star Ocean affonda le sue radici fino al 1996, anno dell’uscita del capostipite che passò alla storia per essere stato uno dei primi giochi di ruolo nipponici a dare al giocatore la possibilità di alterare l’andamento della storia in base alle sue azioni e alle diverse opzioni di dialogo. Uscì su Super Nintendo e non varcò mai i confini del Giappone, ottenendo però fin da subito discreti consensi presso il pubblico. Un remake intitolato Star Ocean: First Departure arrivò invece anche negli Stati Uniti e in Europa nel 2008 su PSP, e più recentemente, alla fine del 2019, una edizione remastered è sbarcata su Switch e PS4. Da allora sul mercato sono arrivati cinque titoli principali, 3 spin-off e anche una serie Manga.
Ma veniamo a Star Ocean: The Divine Force e alle buone notizie: non ce ne saranno moltissime in questa recensione quindi godetevele. Il sistema di combattimento è stato rivisto ed ormai appartiene al 100% al genere action, con giusto una piccola concessione lasciata lì per permettervi di tirare il fiato di tanto in tanto. Ogni protagonista ha determinati set di tecniche che consumano Punti Abilità (i quali si ricaricheranno con il tempo) e che, come da tradizione, possono essere sviluppate e modificate con il progredire della storia e l’innalzarsi del livello di esperienza. I danni veri inizieranno a vedersi solo quando sbloccherete gli attacchi elementali, capaci di dare vita a combo davvero micidiali. Sarà da quel punto in poi però che il livello di difficoltà degli scontri, già non altissimo, si abbasserà ulteriormente.
A fare la differenza rispetto ai moltissimi JRPG in circolazione è la presenza di un drone chiamato D.U.M.A., che tutti i membri del party possono sfruttare sia in fase di esplorazione (per muoversi più velocemente o raggiungere zone particolarmente impervie) che di combattimento. Anche lui, come le abilità e l’equipaggiamento, può essere potenziato recuperando in giro dei particolari cristalli viola, da investire poi nel miglioramento delle caratteristiche base o nello sblocco di abilità aggiuntive.
Presto scoprirete quanto utilizzare questo compagno meccanico può fare la differenza nei movimenti lungo le ampie mappe proposte da Star Ocean: The Divine Force. Queste sono ricche di zone non utili alla progressione della trama, ma che spesso nascondono segreti e missioni secondarie. Queste ultime purtroppo non sono state architettate nel migliore dei modi visto che in più di un’occasione ci siamo ritrovati ad arrovellarci su cosa fare per portarne a termine alcune. Tra l’altro solo in rarissime occasioni i nostri sforzi sono stati ricompensati con premi all’altezza. Tri-Ace ha purtroppo curato in modo assai superficiale alcuni elementi del gameplay del gioco, vedi l’Artigianato
Il character design è stato ancora una volta curato da Akira Yasuda, veterano dell’animazione che nel suo curriculum vanta un paio di serie di Gundam e un’infinita lista di videogiochi, tra cui una manciata di Street Fighter, Power Stone e persino Red Dead Revolver che, lo ricordiamo, nacque anche grazie al lavoro e ai soldi di Capcom. Il suo lavoro in questo caso è contraddistinto da luci ed ombre. Le prime si riferiscono all’eccellente cura dei dettagli di ogni singolo elemento grafico, dai costumi alle scenografie, per concludere con l’ottima varietà del “bestiario”. Purtroppo però tutto il lavoro svolto in fare progettuale si traduce in modelli 3D non proprio memorabili e animati in modo un po’ troppo rigido.
Su PlayStation 5 non si segnalano elementi new-gen: i caricamenti non sono lunghissimi ma siamo ben distanti da quanto visto in altri titoli e le caratteristiche peculiari della console Sony non sono state minimamente sfruttate. Abbiamo giocato tutta l’avventura in modalità Performance e almeno sotto questo punto di vista possiamo dire di essere rimasti soddisfatti. I 60 fps ogni tanto perdono qualche colpetto ma in generale il gioco ha una fluidità davvero invidiabile anche quando la situazione si fa piuttosto frenetica.
Di buona caratura è la componente narrativa che fa da collante a The Divine Force, le cui circa 40 ore di gioco mantengono quasi sempre un discreto ritmo e dispensano sapientemente i colpi di scena. A fare da scenografia al tutto troviamo il mix sospeso tra fantasy e sci-fi a cui la serie ci ha ormai abituati, che in questa ultima uscita regala ambientazioni davvero suggestive nelle quali purtroppo di tanto in tanto si scorgono dettagli tecnici non proprio esaltanti che tradiscono la natura cross-gen del progetto.
L’ambientazione iniziale è solo l’antipasto: passate le prime ore sarà un’intera galassia (ma non vi aspettate uno Starfield in salsa nipponica) ad accogliere le avventure di Raymond “Ray” Lawrence e della principessa Laeticia Aucerius. La decisione di consentire al giocatore di iniziare il gioco scegliendo tra due personaggi dà al gioco un respiro più ampio e cambia alcune caratteristiche dell’avventura, come i personaggi che si uniranno progressivamente al gruppo e anche alcune scene vissute da prospettive diverse. Non è esattamente come avere due giochi in uno, ma se avete voglia e tempo da spendere in due run distinte avrete sicuramente la panoramica più completa possibile della trama.
Alla luce di quanto detto finora non possiamo non salutare con gioia il ritorno di Star Ocean, anche se speravamo di poterlo fare con un capitolo più in forma di quello che abbiamo testato. La serie ha sempre viaggiato sulle montagne russe, alternando alti e bassi e sebbene The Divine Force sia ben più valido del suo predecessore Integrity and Faithlessness, uscito nel 2016, siamo ben lontani dalle vette di eccellenza del genere JRPG.
Tra l’altro il titolo Square Enix ha anche il difetto di uscire in un momento non proprio fortunatissimo, nel quale gli echi delle uscite autunnali più importanti probabilmente sovrasterebbero anche un prodotto ben più vicino alla perfezione. Recuperatelo magari più avanti ma tenete presente che non è localizzato in italiano e siate coscienti che in giro ci sono giochi di ruolo decisamente più ispirati e convincenti, non ultimo Xenoblade Chronicles 3.
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Daniele Cucchiarelli
Contributor
Lavora nel giornalismo videoludico da oltre 20 anni. Anche se tutti quelli che lo conoscono gli hanno consigliato di “trovarsi un lavoro serio”, resta sempre fedele al suo primo amore.
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